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Andy salva Runway. Ma chi salva Andy?

Il Diavolo veste Prada 2 è una denuncia della crisi dell’editoria ma anche una resa. E Andy Sachs ci mostra quanto sia difficile resistere a entrambe.

Per noi e Andy Sachs, il giornalismo è importante, cazzo!

C’è una scena ne Il diavolo veste Prada 2 che mi ha fatto più male di tutte le altre messe insieme. Non è quella in cui Miranda umilia qualcuno, non è quella in cui il budget viene tagliato, non è nemmeno la chiusura della testata di Andy. È il momento finale, quello in cui Andy decide che va bene così. Che Runway va bene. Che scrivere di bellezza o sfilate, alla fine, non è poi così diverso da scrivere di tutto il resto. Non perché non lo sia — MABELLA Off esiste esattamente per dimostrare che non lo è — ma perché il film usa quella scelta come punto di arrivo, come se la domanda fosse finalmente chiusa. E forse è inevitabile: un film che critica il sistema mentre ne fa parte — prodotto dentro la stessa macchina di visibilità, metriche e brand che descrive — non può davvero immaginare un’uscita. Può fotografarlo, può denunciarlo, ma non può smontarlo. E quindi offre l’unica soluzione che può permettersi: la pace. La resa chiamata maturità. E io non riesco a smettere di chiedermi: liberazione da cosa? Dalla pretesa che le parole possano ancora cambiare qualcosa?

Ho visto il film pensando a una cosa sola: le parole. Non gli abiti, non Miranda, non la nostalgia per il primo film. Le parole, e cosa ne è rimasto.

Andy nel primo film aveva vent’anni. Nel sequel ne ha quaranta. Nel mezzo, ha fatto esattamente quello che sognava: giornalismo vero, pezzi lunghi, storie che contano. È diventata quella che voleva diventare. E il film ce lo racconta nei primi cinque minuti, licenziandola. Lei e tutta la sua redazione, con un messaggio sul telefono, mentre sta per salire sul palco a ritirare un premio. Lo dice ad alta voce, in pubblico, con tutta la rabbia di chi ha appena perso il lavoro della propria vita. Il discorso finisce sui social e diventa virale a suon di: «Il giornalismo è importante, cazzo!»

Il giornalismo, “quello serio”, intende Andy. Ma chi decide cosa è serio? Chi ha stabilito che raccontare una sfilata vale meno di raccontare un’elezione? Che scrivere di skincare è meno urgente di scrivere di economia? Quella gerarchia non è neutra e il film, quasi senza volerlo, la mette in scena ogni volta che Andy guarda Runway con un misto di nostalgia e imbarazzo.

È proprio quel discorso virale a riportarla a Runway. Miranda è ancora lì, ancora direttrice, ma intorno a lei il mondo è diventato un altro. La rivista sopravvive — digitalizzata, ridimensionata, alla ricerca di una ragione per esistere ancora. Andy torna con un mandato preciso: ridare profondità a qualcosa che l’ha persa. E con una consapevolezza amara che porta dentro come un peso: «ho passato anni a capire cosa deve sapere la gente. Ora devo capire cosa vuole cliccare». Non è la stessa cosa.

THE DEVIL WEARS PRADA, Anne Hathaway (wearing a Calvin Klein dress), 2006, TM and Copyright © 20th Century Fox Film Corp. All rights reserved, Courtesy: Everett Collection©20thCentFox/Courtesy Everett Collection

Andy scrive un pezzo difficile, necessario (per salvare la faccia a Runway), coraggioso ma con pochi click. Ha ragione, Miranda, nel senso più crudele: nel mondo in cui Runway deve sopravvivere, un articolo bellissimo che nessuno apre non esiste. Il problema è che ha ragione per le ragioni sbagliate.

Nigel lo dice con la precisione chirurgica di chi ha già fatto i conti con la realtà: «Runway ha smesso di essere un magazine anni fa. Adesso sono fortunato ad avere due giorni al Milk Studios per creare contenuti che le persone scrolleranno mentre fanno pipì.» È una delle battute più oneste del film. E anche una delle più tristi.

Perché il clickbait non è una malattia, è un sintomo. Di vent’anni di algoritmi che hanno premiato la reazione immediata, il titolo che provoca, il contenuto che si consuma in cinque secondi. Il giornalismo profondo non è scomparso perché la gente è diventata superficiale. È stato reso invisibile, piano piano, quasi senza rumore.

Barthes nel 1967 pubblicò La mort de l’auteur (La morte dell’autore), sostenendo che il significato di un testo non appartiene all’intenzione dell’autore, ma piuttosto all’interpretazione del lettore. È una delle idee più fertili del Novecento. Ma oggi, scorrendo i feed infiniti di Instagram, ho il sospetto che sia successo qualcosa di diverso o di molto peggio: è morto il lettore. O meglio, è stato trasformato in un utente passivo, in una metrica, in qualcosa da ottimizzare.

La crisi dell’editoria che il film racconta non è solo economica, non è solo tecnologica. È una crisi di cosa consideriamo degno di essere raccontato — e di chi ha il potere di deciderlo.

Per dare “sangue e storia”

Non è un mestiere nuovo, raccontare la bellezza.

Alla fine degli anni Trenta, Helena Rubinstein pubblicava inserzioni che erano già feature: una giornata intera nel suo salone sulla Fifth Avenue, descritta nei dettagli come un’avventura. Bagno di latte, colazione, trattamento viso, manicure, palestra. Thrilling beauty experience, la chiamava. Non un prodotto, ma una storia. Non una réclame, ma un immaginario da abitare.

Elizabeth Arden faceva lo stesso dall’altra parte della strada e quella rivalità leggendaria tra i loro saloni, separati da pochi isolati e da un abisso di stile, era anche una rivalità narrativa. Due donne che costruivano due voci, due mondi, due modi di raccontare cosa significasse prendersi cura di sé. Arden vendeva salute e disciplina, Rubinstein vendeva scienza e sofisticazione. Entrambe capirono prima di chiunque altro che la bellezza non si vende. Si racconta.

E poi c’è Coco Chanel, che della propria immagine ha fatto il testo più potente del Novecento. Non ha mai scritto articoli, ma ha costruito una voce pubblica così precisa, così riconoscibile, così carica di senso che ancora oggi la citiamo come se ci avesse lasciato un manifesto. La moda passa, lo stile resta.non è uno slogan, è una visione del mondo compressa in sei parole.

Queste tre donne operavano in un’epoca in cui le riviste femminili — Vogue era nata nel 1892, Harper’s Bazaar nel 1867 — stavano costruendo un linguaggio nuovo. Un giornalismo che parlava alle donne di corpi, di cura, di stile, di identità. Considerato frivolo, minore, decorativo. Esattamente come Runway. Esattamente come Andy che ci torna e quasi si scusa.

Ma quel linguaggio non era frivolo. Era il luogo in cui milioni di donne si ritrovavano, si riconoscevano, si raccontavano. E le giornaliste che lo costruivano — spesso invisibili, spesso non firmate, spesso pagate meno dei colleghi nelle sezioni “serie” — stavano facendo qualcosa di preciso: davano forma a un immaginario collettivo femminile in un’epoca in cui quasi nessun altro lo faceva.

Andy Sachs è figlia di tutto questo.

Frame da Il Diavolo veste Prada 2 — scena finale. Il maglione ceruleo, vent'anni dopo.

C’è un sottotesto in Runway: i contenuti considerati minori — moda, bellezza, lifestyle — sono stati storicamente associati a un pubblico femminile. E quella gerarchia non è innocente: riflette qualcosa di preciso su come la cultura ha sempre trattato ciò che interessa alle donne, come se fosse meno urgente, meno serio, meno degno di profondità.

Andy ha costruito vent’anni di carriera “seria” anche perché quella scala di valori era già dentro di lei. Come dentro molte di noi — non per colpa nostra. Ce l’hanno insegnata. Il film la riporta a Runway e le chiede di riconsiderare, e questa è la parte bella. Ma riconsiderare non significa accettare tutto. Significa capire che scrivere di moda o di bellezza può essere un atto culturale profondo, e che quella profondità non dipende dall’argomento. Dipende da dove sei disposta ad arrivare, da cosa ci cerchi dentro, da quanto sei disposta a spingerti fuori dal centro dell’inquadratura.

Nell’ultima scena Andy indossa un gilet ceruleo. Ma non è un gilet qualsiasi — è quel maglione, quello del primo film, quello del monologo di Miranda, quello che è diventato un simbolo involontario di un’intera generazione. Vent’anni dopo è stato tagliato, trasformato, ridisegnato. Come lei. Come il mestiere che ha scelto. Come l’idea stessa di cosa significhi scrivere qualcosa che valga la pena leggere.

Io scrivo di estetica. Lo faccio cercando di dare a chi legge qualcosa che valga il suo tempo. Perché credo che le parole scritte con cura, anche di moda, anche di cappelli piumati del Settecento, diventano una lente. Diventano cultura.

Le parole contano ancora. Lo sa Andy, lo so io. Il problema è convincere il resto del mondo. Scrivere bene, di qualsiasi cosa, è ancora un atto di resistenza. Runway sopravvive. Andy sopravvive. Le parole sopravvivono — anche quando nessuno le clicca.

MABELLA Off – L’estetica fuori campo

Lo spazio culturale di Mabella dedicato a ciò che esiste ma non è al centro dell’inquadratura. Uno sguardo laterale che indaga il lato simbolico, sociale e identitario della bellezza, considerandola non solo pratica professionale, ma linguaggio del nostro tempo. Qui il trattamento diventa cultura, il corpo diventa testo e l’estetica si trasforma in chiave di lettura del presente, attraverso connessioni inattese con arte, storia, antropologia e immaginario collettivo. Non tecnica, ma visione. Non solo professione, ma contesto. Uno spazio fuori campo, dove estetica e società dialogano per comprendere il tempo in cui viviamo.

MABELLA Off è curato da Sofia Staropoli.

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