Al momento stai visualizzando L’horror ha un nuovo volto (ed è il nostro)

L’horror ha un nuovo volto (ed è il nostro)

Ossessione, chirurgia e Gen Z: quando la paura di invecchiare diventa più spaventosa di qualsiasi film horror

C’è una nuova, inquietante tendenza nei laboratori della chirurgia estetica di Manhattan che assomiglia al prologo di una sceneggiatura horror, e che invece è cronaca recente registrata dalle pagine del New York Post. Si chiama AlloClae: un tessuto adiposo strutturale di origine cadaverica, sterilizzato e privato del DNA del donatore, commercializzato come un filler pronto all’uso. Viene iniettato nei tessuti svuotati, in pazienti spesso giovanissime che hanno perso peso rapidamente.

Se in ambito terapeutico l’uso di tessuti da donatori deceduti è una pratica nobile, consolidata da decenni per restituire funzioni perse o riparare traumi, il suo slittamento nell’ambito puramente estetico segna una frattura antropologica importante. In una società che ha fatto dell’apparenza lo status sociale definitivo, persino la morte viene arruolata per dare il proprio contributo alla corsa dei vivi verso una bellezza irraggiungibile. Il prezzo invisibile di questa innovazione non sta nella sicurezza medica del materiale, ma nella visione dell’essere umano che stiamo pezzo dopo pezzo sfrattando: un assemblaggio di parti intercambiabili, svincolato da qualsiasi riflessione sul limite e sulla dignità della carne.

L’archeologia del volto: facies, fax, venenum

Per capire come siamo arrivati a trattare il nostro corpo, e in particolare il nostro viso, come un oggetto smontabile, vale la pena scavare nelle parole che usiamo per definirlo.

In latino convivono due anime diverse. C’è il viso (da vīsus, il vedere, lo sguardo, l’atto attivo di guardare il mondo) e c’è la faccia (facies). Se una teoria connette facies a facere – indicando la faccia come “il fatto”, la superficie artificiale che attivamente costruiamo e presentiamo al mondo – l’etimologia più affascinante la collega a fax, facis: la torcia, lo splendore, qualcosa che brilla e che si fa vedere. Da sempre, dunque, il nostro volto oscilla in questa tensione drammatica: è una maschera che fabbrichiamo per difenderci o una luce interiore che irradiamo per farci riconoscere?

Questa ambiguità si fa ancora più profonda se guardiamo alla chimica della bellezza. La parola veleno deriva dal latino venenum, che condivide la radice originaria con Venus, Veneris (Venere, la dea della bellezza e del desiderio). In principio, il venenum non era una sostanza mortale, ma il filtro d’amore, la pozione magica, il cosmetico potente usato per sedurre e alterare la percezione. La bellezza e la tossicità, la cura e la morte, nascono storicamente dalla stessa radice linguistica.

E d’altronde, la bellezza stessa non è forse figlia di una tragedia della carne? Il mito ci ricorda che Venere nasce dalla schiuma del mare fecondata dal sangue dei genitali recisi del titano Urano, evirato dal figlio Crono. La dea dell’armonia assoluta emerge da una mutilazione, da un autentico body horror mitologico. Ed è proprio dalle sponde di Cipro, l’isola che ha accolto la sua nascita, che deriva storicamente la cipria: la polvere cosmetica utilizzata per secoli per sbiancare, coprire e mascherare la pelle. Nati dal sangue, ci copriamo di polvere per nascondere la nostra stessa natura mortale.

Disformismi, limiti e corpi mutanti

© Universal Pictures — frame dal film Brazil (1985), regia di Terry Gilliam

Era il 1949 quando George Orwell scriveva 1984, immaginando un Grande Fratello che ci spiava dall’esterno. Nel 1963, Federico Fellini con 8½ usava il sogno come unica via di fuga da una realtà che soffoca – il protagonista vola, letteralmente, per sfuggire al peso del mondo. 

Qualche anno dopo, il regista Terry Gilliam avrebbe capito qualcosa di più inquietante e profetico: nel suo Brazil (il titolo originale sarebbe dovuto essere 1984½, un omaggio dichiarato a Orwell e Fellini insieme), il controllo non arriva più dall’alto, ma lo esercitiamo su noi stessi – volontariamente, davanti a uno specchio.

L’arte contemporanea lo ha intuito, sviscerato e urlato molto prima che i chirurghi ne facessero un protocollo commerciale. Già negli anni Novanta, Francesca Alfano Miglietti teorizzava nel suo saggio fondamentale Identità mutanti come il corpo avesse smesso di essere una realtà naturale data per sempre, trasformandosi nel terreno scelto per ridefinire i confini dell’umano. L’arte visiva di quegli anni – dalle performance chirurgiche di Orlan alle manipolazioni carnali di Stelarc – usava il sangue e la pelle come fogli bianchi su cui iscrivere il rifiuto di un destino biologico imposto.

Orlan, La Réincarnation de Sainte-Orlan (1990-1993), performance chirurgica
Stelarc, Ear on Arm (2006) - orecchio umano coltivato chirurgicamente e impiantato sull'avambraccio dell'artista, integrato con microfono e trasmettitore Wi-Fi

La differenza sostanziale, oggi, è che quella mutazione ha perso ogni spinta di ribellione politica o artistica per farsi consumo standardizzato, conformismo di massa. Non ci si modifica più per evadere dalla prigione dell’identità, ma per entrare nella gabbia dell’omologazione. Il viso diventa un oggetto da vigilare e smontare: un filler alle occhiaie per cancellare la stanchezza, un colpo di botox preventivo sulla fronte per addomesticare le emozioni. Quando l’immagine cessa di essere un linguaggio e diventa un valore assoluto, smettiamo di abitare la nostra faccia.

Sia chiaro: non si tratta in alcun modo di giudicare, colpevolizzare o demonizzare la chirurgia e la medicina estetica. Correggere un difetto oggettivo o percepito che mina la nostra serenità quotidiana è un atto legittimo, spesso straordinariamente terapeutico. Se un naso importante o un profilo asimmetrico ci fanno sentire costantemente in difetto, la chirurgia ha il meraviglioso potere di restituirci sicurezza, di riconnetterci con la nostra immagine e farci stare bene con noi stessi. Ben venga quel ritocco che pacifica il rapporto con lo specchio.

Il problema etico – ed è qui che dobbiamo fermarci a riflettere – sopraggiunge quando si perde la bussola del limite. Quando la chirurgia smette di essere uno strumento per risolvere un disagio e si trasforma in un’ossessione quotidiana, in una rincorsa instancabile a una perfezione che non esiste. È lì che il desiderio sano sfocia nella patologia del controllo, e il viso cessa di essere lo spazio dell’incontro per diventare una fabbrica di identità.

L’ansia preventiva che spinge a congelare il volto prima ancora che il cambiamento avvenga è un esorcismo della fragilità. Il tentativo di rendersi immutabili per non subire il giudizio dell’altro, senza accorgersi che nel pretendere di controllare ogni millimetro di pelle stiamo gradualmente cancellando la nostra stessa unicità dai lineamenti che offriamo al mondo.

La Gen Z e la catarsi dell’orrore

© MUBI / Coralie Fargeat — frame dal film The Substance (2024), regia di Coralie Fargeat

Scomodando il principio aristotelico della catarsi, non c’è nulla di più confortante di un film horror. La Gen Z dimostra una genialità straordinaria e una profonda trasparenza nel saper decodificare le nevrosi del nostro tempo. Invece di nasconderle, le guardano letteralmente. E lo fanno soprattutto in estate: lo testimonia il modo in cui hanno trasformato il cinema horror il genere d’elezione di questa calda stagione attraverso il trend del Summerween – la celebrazione estiva delle atmosfere di Halloween (il termine ha origine da un episodio della serie televisiva Gravity Falls intitolato “Summerween”, in cui i personaggi festeggiano Halloween durante l’estate). Mentre il marketing e la pressione sociale impongono l’estetica solare della spensieratezza patinata e delle vacanze perfette, i giovani si rifugiano nelle multisale o nelle piattaforme streaming a guardare negli occhi il lato oscuro.  L’esasperazione dell’horror crea una distanza emotiva salutare. Vedere la nostra ansia portata all’estremo sul grande schermo paradossalmente ci rasserena e ci concede, finalmente, il permesso di ridere delle nostre stesse fobie e il sollievo di riconoscere la propria paura in qualcosa di esterno, e poi uscirne vivi.

L’horror contemporaneo ha abbandonato i castelli gotici, i vampiri eleganti e i demoni antichi per colonizzare le paure della nostra quotidianità. The Substance ha parlato direttamente a questa urgenza generazionale: la protagonista, interpretata da Demi Moore, è una donna di cinquant’anni terrorizzata dall’invecchiamento che decide di iniettarsi una sostanza che le promette una versione più giovane di sé, ma che al tempo stesso la distrugge dall’interno. Oscar Wilde lo aveva già scritto nel 1890: Il ritratto di Dorian Gray racconta di un uomo che cede la propria anima in cambio dell’eterna giovinezza, e mentre lui resta intatto, è la sua immagine dipinta ad accumulare rughe, vizi, decadenza. Il patto, in Wilde, era con il diavolo. In The Substance è con una siringa ma il meccanismo è identico: la giovinezza come contratto, il corpo come prezzo da pagare.

Piggy trasforma il trauma dell’esclusione corporea in vendetta e Backrooms, adesso al cinema, materializza la claustrofobia mentale dei pensieri da cui non riusciamo a uscire. Obsession sviscera i mostri silenziosi delle relazioni tossiche, come Together che fonde letteralmente i corpi per raccontare l’annullamento identitario.

Quando la realtà è più spaventosa di un film horror

È proprio sulla soglia tra l’ansia controllata del cinema e la realtà che si colloca la storia di Hang Mioku, la perfetta e tragica chiusura di questo cerchio. Hang Mioku è una modella sudcoreana che a ventotto anni circa ha iniziato a sottoporsi a numerosi interventi chirurgici al viso. Quando i medici si sono rifiutati di operarla ulteriormente e le hanno consigliato di rivolgersi a uno psichiatra, Mioku ha iniziato a procurarsi illegalmente del silicone da iniettarsi da sola a casa. Rimasta senza silicone, ha commesso l’atto estremo di iniettarsi dell’olio da cucina nel viso, provocandosi una grave deformazione e un ingrossamento permanente. Hang Mioku è la punta dell’iceberg, la deriva di una società che ha smesso di interrogarsi sui propri limiti e che considera la carne un materiale plastico infinitamente manipolabile. In questo panorama, l’estetica professionale e la cabina del trattamento si trovano investite di una responsabilità etica da non sottovalutare. Se la chirurgia e la medicina estetica rischiano a volte di assecondare la scomposizione del viso – arrivando a commercializzare i tessuti dei morti per la vanità dei vivi, l’estetica deve proporsi come un atto di resistenza culturale. Deve essere il luogo della ricomposizione. Non si tratta di promettere l’eterna giovinezza o di partecipare al controllo qualità imposto dal mercato, ma di restituire al volto la sua unità armonica e la sua dignità biologica. Attraverso lo studio scientifico della barriera cutanea, il tocco e il rituale del massaggio, la cura professionale non nasconde il tempo, ma lo accompagna. La vera scommessa oggi è difendere la pelle dal controllo ossessivo, offrendo una bellezza che non chiede il sacrificio dell’identità, ma che celebrano il corpo e il viso per quello che sono veramente: la mappa dinamica, magnifica, imperfetta e profondamente umana della nostra unica esistenza. Una libertà che si respira sulla pelle, e che non ha bisogno di specchi magici per essere legittimata.

Pinterest
© Walt Disney Pictures — lo Specchio Magico, frame dal film Biancaneve e i Sette Nani (1937), regia di David Hand
Pinterest

MABELLA Off – L’estetica fuori campo

Lo spazio culturale di Mabella dedicato a ciò che esiste ma non è al centro dell’inquadratura. Uno sguardo laterale che indaga il lato simbolico, sociale e identitario della bellezza, considerandola non solo pratica professionale, ma linguaggio del nostro tempo. Qui il trattamento diventa cultura, il corpo diventa testo e l’estetica si trasforma in chiave di lettura del presente, attraverso connessioni inattese. Uno spazio fuori campo, dove estetica e società dialogano per comprendere il tempo in cui viviamo.

MABELLA Off è curato da Sofia Staropoli.

Vuoi ricevere tutte le news di Mabella?

Iscriviti alla Newsletter di Mabella