Cos’hanno in comune Maria Antonietta e un’estetista imprenditrice del 2026? Cosa ci hanno davvero insegnato le donne al potere sull’estetica? Spietate, divine, idolatrate, condannate: una storia (di più storie) del corpo femminile come testo politico, dalla corte al presente.
Prima di tutto, una premessa.
Prima di tutto, una premessa necessaria, quasi fenomenologica. Il corpo femminile non è mai stato neutro. Non lo è oggi, non lo era duemila anni fa. Il filosofo Jean-Luc Nancy, nel suo saggio Corpus, scriveva che “se il corpo non è il luogo di una proprietà, ma di un’esistenza, perché non siamo che corpi, esso non può neanche essere il luogo di una riappropriazione”.
Il corpo non è una cosa che possediamo, una merce o un involucro esterno: noi siamo il nostro corpo. E per le donne che hanno esercitato il potere nel corso dei secoli, l’apparenza non è mai stata una faccenda frivola, un vezzo o pura vanità: era strategia di esistenza. Era l’unico linguaggio universalmente comprensibile e accessibile in epoche in cui ogni altro canale di comunicazione – politico, militare, giuridico – era sbarrato dall’autorità maschile. Scegliere come presentarsi al mondo, trattarsi con cura, costruire un’immagine precisa: tutto questo divenne politica. In diversi casi, potere. In molti, sopravvivenza.
Questa è la storia di alcune di quelle donne.
Cleopatra e la costruzione del mito visivo
Bisogna cominciare da lei, perché la storia dell’estetica politica nasce ad Alessandria d’Egitto. Cleopatra VII non era la bellezza languida dei film di Hollywood. Era una poliglotta straordinaria, una stratega militare, l’unica della dinastia dei Tolomei ad aver imparato la lingua del suo popolo per pura intelligenza diplomatica. Cleopatra si muoveva in un mondo in cui una donna, anche se regina per diritto di sangue, doveva guadagnarsi ogni singolo millimetro di legittimità che un uomo riceveva per il solo fatto di essere nato. E aveva capito, prima di chiunque altro, che l’immagine politica valeva quanto un intero esercito.
La sua celebre entrata ad Alessandria, avvolta in un tappeto per sorprendere Giulio Cesare, non è una storia romantica da romanzetto rosa. È una mossa politica calcolata. Come lo era il modo in cui si faceva ritrarre come Iside – dea, non solo regina – costruendo attorno a sé un’aura sacra che rendeva qualsiasi opposizione quasi sacrilega. La regina d’Egitto non aveva eserciti infiniti, non aveva la forza militare di Roma, aveva l’immagine e, per un po’, è bastata.
Il ventre di Stato: Isabella e Maria Teresa
Non tutte le donne di potere, però, potevano permettersi il lusso di costruire un mito personale e indipendente. Molte dovevano operare dentro i confini rigidi del sistema patriarcale, muovendo le pedine da dietro le quinte.
Isabella di Castiglia e Maria Teresa d’Austria rappresentano le due facce di una stessa medaglia: reggenti, madri-strateghe, donne che hanno dovuto usare il proprio corpo come strumento di negoziazione internazionale. La storica e saggista Silvia Federici, nel suo Calibano e la strega, ha analizzato lucidamente come l’avvento dello Stato moderno abbia progressivamente ridotto e confinato il corpo femminile a puro strumento di riproduzione sotto il controllo del potere politico ed economico. Il sapere sul corpo, sulla fertilità e sulla gestione della vita veniva strappato alle donne per diventare una risorsa di Stato.
Isabella finanzia le navi di Colombo e unifica la Spagna, ma pianifica i matrimoni dei suoi figli con la stessa spietata precisione militare con cui organizza le campagne belliche. Secoli dopo, Maria Teresa d’Austria governa l’impero asburgico affrontando sedici gravidanze, trasformando letteralmente il proprio ventre in una fabbrica di alleanze dinastiche. Ogni figlio è una pedina da posizionare su una corona diversa d’Europa. La sua ultima figlia, si chiama Maria Antonietta e viene spedita a Versailles a quattordici anni.
Maria Antonietta, la prima influencer
Quella di Maria Antonietta non è una storia di intrighi politici di palazzo, è una vicenda puramente estetica. La storia di un’identità visiva costruita, amplificata e, infine, violentemente sottratta.
Sofia Coppola nel 2006 ci ha regalato forse l’immagine più indissolubile di Maria Antonietta. La regista, per restituire l’idea di un’adolescente annoiata e intrappolata nel lusso, fece preparare tonnellate di dolci pastello, torte e macarons (creati appositamente dalla celebre pasticceria parigina Ladurée) in scene diventate cult. È il simbolo perfetto dell’edonismo e di una giovinezza che cerca di anestetizzare la propria prigione dorata attraverso lo zucchero e lo shopping compulsivo.
Arrivata in Francia giovanissima, percepita come una straniera austriaca pericolosa, senza alcun potere reale e con un marito istituzionalmente disinteressato, Maria Antonietta capisce che l’unico territorio su cui può esercitare un controllo assoluto è il proprio aspetto. Insieme a Rose Bertin, la sua modista ufficiale – che oggi non definiremmo una semplice sarta, ma una vera e propria creative director –, la regina inventa un’identità pubblica senza precedenti.
I pouf alti un metro e i loro “segreti”
Non erano semplici pettinature, erano complesse strutture ingegneristiche fatte di fili metallici e cuscini su cui venivano avvolti i capelli, poi spalmati con una pomata di grasso animale, profumo e olio di chiodi di garofano per respingere le pulci. Se la regina poteva permettersi di cambiarli spesso, la nobiltà meno ricca collezionava queste impalcature nelle proprie stanze, trasformandole involontariamente in rifugi per muffe e persino topi. La spolverata finale di cipria era fatta con chili di polvere di riso – ironia della sorte, mentre il popolo fuori non aveva la farina per fare il pane. Le acconciature arrivarono a altezze tali da costringere le dame a viaggiare inginocchiate sul pavimento delle carrozze o con la testa fuori dal finestrino, e a Versailles si dovettero persino alzare gli stipiti delle porte per permettere il loro passaggio.
Su queste colline di capelli veniva inserito di tutto per lanciare messaggi politici o celebrare eventi: frutta fresca, statuine di porcellana, uccelli imbalsamati e persino versioni à la jardinière con carciofi, cavoli e ravanelli. L’aneddoto più celebre risale al 1778, quando la fregata francese La Belle Poule vinse contro gli inglesi: per festeggiare, la regina sfoggiò il pouf à l’Amiral, un’acconciatura che conteneva un intero modello in scala della nave da guerra, completo di vele, alberi e cannoni di stoffa e legno. Ancora più politico fu il pouf monumentale esibito per la rischiosissima inoculazione del vaiolo di Luigi XVI (l’antenata del vaccino): decorato con i simboli del re, della medicina e della pace, l’acconciatura contribuì a sdoganare la percezione della scienza e del progresso nell’immaginario collettivo dell’epoca.
Ogni dettaglio è comunicazione visiva pura. È la nascita del sistema moda moderno, che coincide con le prime pubblicazioni del settore. Lo stile della regina non resta confinato a corte, ma filtra nella cultura popolare attraverso i mercati dell’usato e i racconti della servitù, viene copiato dalle donne della borghesia, diventa il riferimento assoluto per i balli in maschera. Maria Antonietta è, a tutti gli effetti, la prima grande influencer della storia occidentale, capace di dettare i consumi prima ancora dell’invenzione di uno schermo digitale.
Poi, però, arriva il rovescio della medaglia. L’immagine di opulenza ed edonismo che aveva costruito come corazza diventa l’arma perfetta per distruggerla. I pamphlet rivoluzionari la ribattezzano Madame Deficit, trasformando la sua estetica nel simbolo della bancarotta dello Stato. Lo storico Pierre Saint-Amand ha definito questo meccanismo come la “sindrome di Maria Antonietta”: il processo tossico per cui una donna esposta pubblicamente, inizialmente idolatrata per la sua bellezza e indipendenza, viene trasformata dall’opinione pubblica nel capro espiatorio ideale su cui purgare tutti i mali della società. Il corpo che lei aveva provato a scrivere viene riscritto dagli altri e usato per condurla al patibolo. Nel 1793, lo stesso anno in cui la regina sale sulla ghigliottina, ci sale anche Olympe de Gouges, la femminista che aveva redatto la Dichiarazione dei diritti della donna: “se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente quello di salire sulla tribuna”. Due corpi opposti, due destini identici uniti dalla punizione pubblica.
La ragione di Caterina di Russia
Se la storia di Maria Antonietta è una tragedia estetica, quella di Caterina II di Russia rappresenta l’eccezione che scardina quasi tutte le regole del gioco patriarcale. Lei fa qualcosa di molto più spiazzante per la sua epoca: seduce, e lo fa apertamente, strategicamente.
Arriva in Russia dalla Prussia ad appena quattordici anni – esattamente la stessa età che aveva Maria Antonietta quando mise piede a Versailles –, catapultata in un matrimonio con un uomo che non la ama e che, soprattutto, non ha la minima capacità di governare un impero. Ma invece di lasciarsi schiacciare o isolare nella solitudine di una corte straniera, Caterina adotta una strategia intellettuale prima ancora che estetica: impara la lingua russa alla perfezione, si converte alla fede ortodossa, studia la filosofia occidentale e avvia una fitta corrispondenza privata con le menti più brillanti del secolo, da Voltaire a Diderot. Si considera una sovrana illuminata, e in gran parte lo è.
La stessa identica “ragione” illuminista che Caterina incarna e celebra sul trono di San Pietroburgo è lo strumento che, negli stessi identici anni, Mary Wollstonecraft sta usando in Inghilterra per scardinare la sottomissione femminile. Nel 1792, Wollstonecraft pubblica la sua Rivendicazione dei diritti della donna, scrivendo nero su bianco che la disuguaglianza di genere non è un destino biologico, ma il prodotto artificiale dell’educazione e delle istituzioni maschili. Il paradosso sociologico è tutto qui: l’Illuminismo libera Caterina, la monarca, e si dimentica di tutte le altre donne del pianeta.
Quando sale al trono nel 1762, lo fa dopo aver organizzato lei stessa il colpo di stato. Governa per trentaquattro anni. Dietro le quinte di San Pietroburgo, Caterina era nota come «la degustatrice di amanti», li prendeva con la stessa pragmaticità con cui firmava i trattati, senza riservare loro alcun briciolo di potere (sorry not sorry). Usa il proprio corpo semplicemente come un corpo: uno strumento di piacere personale, di alleanza di corte e di potere esplicito. La storia, scritta dagli uomini, l’ha punita severamente per questa sfrontatezza, coprendola di fango, pettegolezzi e leggende nere degradanti (nessun re maschio è mai stato giudicato o ridicolizzato per i propri amori quanto lo è stata lei). Ma Caterina non ha mai fatto un solo passo indietro. È stata la donna più potente d’Europa del suo tempo, e non ha mai finto di essere qualcos’altro.
Quando sale al trono nel 1762, lo fa dopo aver organizzato lei stessa il colpo di stato. Governa per trentaquattro anni. Dietro le quinte di San Pietroburgo, Caterina era nota come «la degustatrice di amanti», li prendeva con la stessa pragmaticità con cui firmava i trattati, senza riservare loro alcun briciolo di potere (sorry not sorry). Usa il proprio corpo semplicemente come un corpo: uno strumento di piacere personale, di alleanza di corte e di potere esplicito. La storia, scritta dagli uomini, l’ha punita severamente per questa sfrontatezza, coprendola di fango, pettegolezzi e leggende nere degradanti (nessun re maschio è mai stato giudicato o ridicolizzato per i propri amori quanto lo è stata lei). Ma Caterina non ha mai fatto un solo passo indietro. È stata la donna più potente d’Europa del suo tempo, e non ha mai finto di essere qualcos’altro.
Le eredi contemporanee
Quasi centocinquant’anni dopo Wollstonecraft, Simone de Beauvoir avrebbe detto la stessa cosa in un modo diverso: “Non si nasce donna, lo si diventa.” Il sistema che costruisce la donna come oggetto di sguardo, come superficie di iscrizione del potere altrui, non è natura, è cultura. E la cultura si può cambiare. Cleopatra, Isabella e Maria Teresa, Maria Antonietta, Caterina. Storie diverse, epoche diverse, strumenti diversi. Ma tutte con una cosa in comune: avevano capito che il corpo femminile non è mai solo un corpo. È un testo. È un messaggio. È un atto politico ogni volta che si sceglie come presentarlo al mondo.
“Isolato dal mondo, il corpo diventa oggetto (…). Solo la presenza o l’assenza del mondo decidono le sorti del corpo, il suo esistere come potenza operativa nel mondo o come cosa del mondo.” – scrive Umberto Galimberti nel suo saggio Il corpo.
Per secoli, il corpo delle donne è stato isolato, trattato come una “cosa del mondo” da guardare, giudicare, riprodurre o possedere. Ma qualcosa si è spostato. Le eredi di questa storia non governano imperi, ma governano un’economia reale e capillare. Nel mondo del beauty e dell’estetica avanzata, le donne hanno smesso di essere l’oggetto passivo dello sguardo altrui per diventare i soggetti che quel mercato lo creano e lo guidano. Certo, sarebbe ingenuo pensare che la partita sia vinta. Ancora oggi, il corpo femminile deve scontrarsi quotidianamente con lo sguardo maschile e maschilista che pretende di giudicarlo, normarlo, possederlo o sminuirlo. La trappola del dover “apparire per piacere a un canone esterno” è ancora lì, intatta. La differenza profonda, però, sta nella consapevolezza. L’estetica è diventata un’industria ad altissima specializzazione, dove le competenze tecniche, la tecnologia e la capacità di fare impresa si fondono. Curare il corpo, oggi, può e deve essere l’esatto contrario: non un gesto di sottomissione, ma un atto di sovranità personale. E chi gestisce questo settore – le estetiste, le visagiste, le titolari di centri e di aziende di eccellenza – fa qualcosa di profondamente politico: si riappropria di quel linguaggio, trasformando la cura in un asset di benessere autodeterminato e di indipendenza economica.
Nasce da qui Business Donna, la nuova rubrica di Radio Mabella interamente dedicata all’imprenditoria femminile nel settore beauty. Uno spazio nato per raccontare le storie di titolari di centri estetici e di aziende del settore che hanno scelto di innovare, rischiare e costruire la propria indipendenza. Attraverso le interviste alle protagoniste del mercato, Business Donna indaga le sfide reali, la visione economica e le scelte coraggiose che cambiano il destino di un’impresa. Una celebrazione della concretezza del fare impresa al femminile, lontana da ogni retorica consolatoria.
Il corpo, la bellezza e la cura sono ancora oggi territori profondamente politici. La differenza fondamentale, rispetto ai tempi di Cleopatra o di Maria Antonietta, è che oggi, sempre più spesso, sono le donne a scrivere la storia.
MABELLA Off – L’estetica fuori campo
Lo spazio culturale di Mabella dedicato a ciò che esiste ma non è al centro dell’inquadratura. Uno sguardo laterale che indaga il lato simbolico, sociale e identitario della bellezza, considerandola non solo pratica professionale, ma linguaggio del nostro tempo. Qui il trattamento diventa cultura, il corpo diventa testo e l’estetica si trasforma in chiave di lettura del presente, attraverso connessioni inattese con arte, storia, antropologia e immaginario collettivo. Non tecnica, ma visione. Non solo professione, ma contesto. Uno spazio fuori campo, dove estetica e società dialogano per comprendere il tempo in cui viviamo.
MABELLA Off è curato da Sofia Staropoli.


