Ci sono facce che facciamo soltanto davanti allo specchio. Le proviamo per qualche secondo, osservando come cambiano gli occhi quando sorridiamo, quanto si solleva un sopracciglio. Altre facce le conosciamo così bene da aver dimenticato quando abbiamo cominciato a indossarle. Quella che mostriamo al lavoro, quella che riserviamo agli sconosciuti, quella che compare nelle fotografie quando qualcuno ci chiede di sorridere.
La faccia che facciamo
La faccia è forse la parte del nostro corpo che conosciamo meno direttamente. Possiamo osservare le nostre mani mentre scrivono, le gambe mentre camminano, il movimento del torace quando respiriamo. Per vedere il nostro volto abbiamo bisogno di qualcosa che ce lo restituisca: uno specchio, una fotografia, lo sguardo di qualcun altro. E ciò che vediamo è sempre un’immagine, una traduzione di quella superficie attraverso cui gli altri ci riconoscono.
Da qui potrebbe cominciare una piccola archeologia del volto, scavando nelle parole che utilizziamo per nominarlo. La faccia deriva dal latino facies, forma, aspetto, apparenza, e dalla stessa radice etimologica abbiamo facere, fare. La parentela linguistica suggerisce un’immagine affascinante: la faccia come qualcosa che prende forma, che si costruisce, che facciamo. Del resto, l’italiano conserva questa intuizione in una quantità sorprendente di espressioni quotidiane. Facciamo una bella faccia, una brutta faccia. Salviamo la faccia, la perdiamo, la cambiamo. A volte abbiamo due facce. Il viso, dal latino visus, rimanda invece al vedere, all’atto della visione. Guardiamo il mondo attraverso il volto e, contemporaneamente, offriamo al mondo qualcosa da guardare.
Da quanto tempo, allora, ci facciamo una faccia?
Uomini, animali e altre maschere
Le maschere accompagnano la storia delle società umane in forme e contesti molto diversi. Gli antichi avevano compreso qualcosa che noi moderni spesso dimentichiamo: un’anima non può attraversare il mondo nuda. Indossare una maschera non significava sempre ingannare: significava proteggersi, trasformarsi e, talvolta, rivelarsi. Ciò che veniva nascosto non era necessariamente falso; ciò che veniva rivelato non era necessariamente la verità intera. Nell’antica Grecia, sacerdoti e attori indossavano maschere per incarnare dèi, eroi e forze più grandi di loro.
Nell’antico Egitto, le maschere funerarie, come quella di Tutankhamon, fungevano da ponte tra il mortale e il divino. Maschere rituali comparivano in innumerevoli culture del mondo antico, permettendo a sciamani, re e iniziati di assumere identità che non appartenevano all’individuo, ma al mito di cui si facevano portatori.
In Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Carlo Ginzburg ricostruisce le tracce di queste pratiche attraverso testimonianze processuali, documenti ecclesiastici e tradizioni folkloristiche. Nel capitolo dedicato al mascherarsi da animali, lo storico racconta di uomini che assumevano sembianze di cervi, indossavano pelli di pecore e capre, si dipingevano il volto o attraversavano i villaggi impersonando creature antropomorfe. L’identificazione con gli animali si intrecciava così con quella dei defunti.
La maschera permetteva di attraversare simbolicamente una frontiera, assumendo temporaneamente un’identità che apparteneva a un’altra condizione dell’esistenza. Il volto cambia con ogni stagione della vita, con ogni iniziazione. Aggrapparsi a un’unica maschera è una forma di prigionia; rifiutarle tutte è un’altra. Chi possiede saggezza impara a indossarle consapevolmente, ricordando che dietro ogni ruolo si cela qualcosa di più profondo, ma sapendo anche che persino il sé più autentico, a volte, ha bisogno di essere rivestito prima di potersi muovere nel mondo.
Forse accade qualcosa di simile anche alle nostre maschere. Ci sono modi di presentarci al mondo che abbiamo costruito nel corso degli anni e che, a forza di ripeterli, abbiamo finito per considerare naturali. A volte ciò che chiamiamo carattere è anche una faccia che abbiamo imparato a fare così bene da aver dimenticato quando abbiamo cominciato.
La Persona e la maschera
Molti secoli dopo le tradizioni rituali indagate da Ginzburg, la maschera entra nel vocabolario della psicologia attraverso un concetto fondamentale del pensiero di Carl Gustav Jung: la Persona.
Jung riprende questa immagine per descrivere la dimensione della personalità attraverso cui l’individuo si presenta alla società, adattandosi alle aspettative, alle convenzioni e ai ruoli richiesti dalla vita collettiva. La Persona accompagna la costruzione della nostra identità sociale. È ciò che ci permette di essere riconosciuti come professionisti, genitori, figli, amici, partner. Nel corso della vita impariamo a interpretare questi ruoli, selezionando quali aspetti mostrare e quali trattenere. Il rischio, nella prospettiva junghiana, emerge quando finiamo per identificarci completamente con la maschera che abbiamo costruito.
Il volto è uno dei luoghi privilegiati di questa costruzione. Basta pensare al modo in cui impariamo a controllare le espressioni. Tratteniamo il pianto, nascondiamo la stanchezza, sorridiamo per rassicurare qualcuno, cerchiamo di apparire sicuri quando siamo spaventati. La faccia che mostriamo può diventare così familiare da sembrarci l’unica possibile. E se togliessimo ogni maschera, che cosa troveremmo? Il viso che avevamo da bambini? Quello che compare appena svegli? Quello che vediamo quando siamo soli? Perché dovremmo considerare una di queste immagini più vera delle altre?
È una suggestione che ha attraversato persino il cinema: vi ricorderete senz’altro un film cult anni ’90 come The Mask (Chuck Russell, 1994) e la famosa scena dello studio psicologico in cui il dottor Neuman spiega al timido Stanley Ipkiss che tutti noi indossiamo maschere, metaforicamente parlando, per nascondere o contenere chi siamo davvero e presentarci agli altri. E la maschera di Loki tira fuori ciò che sta dentro…
Una tensione psicologica e visiva che trova il suo vertice cinematografico in Persona di Ingmar Bergman (1966), dove un’attrice teatrale, durante l’interpretazione dell’Elettra, smette improvvisamente (probabilmente per sua volontà) di parlare e di muoversi. Nel silenzio dell’isolamento, la sua rinuncia alla parola trasforma il rapporto con la sua infermiera in un ipnotico gioco di specchi, dove i loro volti finiscono per sovrapporsi e fondersi, facendo crollare ogni confine tra l’identità autentica e la maschera sociale.
Venere, il veleno e la bellezza
Il termine italiano veleno deriva dal latino venenum e condivide la stessa radice etimologica con Venus, Venere, dea dell’amore e della bellezza. Il significato originario di venenum viene ricondotto anche al filtro amoroso, alla sostanza capace di esercitare un potere su chi la riceve. Nella Teogonia di Esiodo, Crono castra il padre Urano e ne getta i genitali nel mare. Attorno a essi si forma una schiuma bianca, dalla quale emerge Afrodite, successivamente identificata con la Venere romana. La dea della bellezza nasce così da un atto di violenza, dalla mutilazione di un corpo divino. L’immagine è sorprendente: una delle figure più celebri dell’armonia e del desiderio emerge da una trasformazione brutale della carne. Il corpo viene reciso, disperso, restituito al mondo sotto un’altra forma. La bellezza nasce da una tragedia.
Per secoli, la storia della cosmesi ha conosciuto preparati che promettevano di rendere la pelle più chiara, levigata e desiderabile, talvolta attraverso sostanze pericolose. Il bianco di piombo, utilizzato in diverse epoche per ottenere incarnati pallidi e uniformi, costituisce uno degli esempi più noti di questa ambivalenza. Anche la cipria, il cui nome rimanda a Cipro, isola tradizionalmente associata ad Afrodite, conserva nella propria storia linguistica un’eco della dea. Venere, il veleno, la polvere sul viso.
Oggi possiamo modificare temporaneamente il volto attraverso il trucco, intervenire sulla pelle con trattamenti cosmetici, alterare la nostra immagine digitale con strumenti che agiscono direttamente sulle fotografie e sui video. Una persona può scegliere di trasformare il proprio aspetto perché desidera avvicinarsi a un’immagine nella quale si riconosce. Può farlo per sperimentare, per giocare, per attraversare una fase della propria vita. Può anche inseguire un ideale imposto dall’esterno, cercando di correggere caratteristiche che ha imparato a considerare difetti. E spesso queste motivazioni convivono. Forse è per questo che l’idea di togliersi la maschera, così ricorrente nei discorsi contemporanei sull’autenticità, rischia di diventare a sua volta una nuova prescrizione estetica. Essere naturali, mostrarsi senza filtri, accettare ogni caratteristica del proprio viso: anche queste possibilità possono trasformarsi in aspettative alle quali sentiamo di dover corrispondere.
A viso aperto...
E allora, quale volto dovremmo scegliere? Per chi lavora quotidianamente nell’estetica professionale, questa domanda assume un significato particolare. Il viso è una superficie di lavoro, un territorio da conoscere attraverso l’osservazione, la competenza tecnica e la comprensione delle caratteristiche individuali. Ma è anche una parte del corpo sulla quale si concentrano aspettative, ricordi, desideri e insicurezze. Una persona può chiedere un trattamento per migliorare l’aspetto della pelle e portare con sé una storia molto più complessa del problema che desidera affrontare. Il rapporto con il proprio volto rimane profondamente personale.
Forse una delle responsabilità più interessanti della professione estetica consiste proprio nel riconoscere questa complessità, lasciando che ogni persona possa attribuire alla propria immagine il significato che desidera. Forse abbiamo sempre avuto molte più facce di quante siamo disposti ad ammettere. Alcune le abbiamo costruite per proteggerci, altre per essere riconosciuti. Alcune ci sono state assegnate, altre le abbiamo desiderate a lungo. Ci sono maschere che abbiamo imparato a indossare così bene da non sentirne più il peso, e altre che continuiamo a conservare anche quando non sappiamo più a chi appartengano.
L’antropologia ci racconta di esseri umani che si mascherano per attraversare i confini della propria condizione. Jung ci invita a osservare il rapporto tra l’identità e le rappresentazioni attraverso cui ci presentiamo al mondo. Il mito di Venere ci restituisce una bellezza che nasce dalla trasformazione del corpo.
E noi continuiamo a guardarci allo specchio. Ogni mattina, davanti alla stessa immagine che non è mai esattamente la stessa, ci prepariamo a incontrare il mondo. Ci laviamo il viso, sistemiamo i capelli, scegliamo se truccarci, osserviamo una ruga comparsa durante la notte. Poi, quasi senza accorgercene, facciamo la nostra faccia.
E usciamo (certo, non tutti ci trasformiamo in The Mask, ma sarebbe ingenuo sottovalutarne il potere).
MABELLA Off – L’estetica fuori campo
Lo spazio culturale di Mabella dedicato a ciò che esiste ma non è al centro dell’inquadratura. Uno sguardo laterale che indaga il lato simbolico, sociale e identitario della bellezza, considerandola non solo pratica professionale, ma linguaggio del nostro tempo. Qui il trattamento diventa cultura, il corpo diventa testo e l’estetica si trasforma in chiave di lettura del presente, attraverso connessioni inattese. Uno spazio fuori campo, dove estetica e società dialogano per comprendere il tempo in cui viviamo.
MABELLA Off è curato da Sofia Staropoli.


