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L’estetica perturbante dei paesaggi liminali

Highlands e brughiere: frontiere mistiche dove il confine tra pelle e natura si fa sottile

C’è un tipo di paesaggio che non consola. Non è progettato per accogliere, non restituisce sicurezza, non semplifica l’esperienza. È fatto di vento, silenzio e spazi aperti che non proteggono: brughiere, scogliere, cieli bassi, nebbia che non si dissolve. Un’estetica che non promette benessere, ma intensità.

È proprio verso questo immaginario che oggi si orienta una parte crescente dell’attenzione collettiva. Ce lo ha rivelato Pinterest a inizio anno: aumenta in modo significativo l’interesse per le Highlands scozzesi (+465%), per paesaggi remoti e sospesi, per i cosiddetti “luoghi eterei” (+45%). Il motore di ricerca li raccoglie sotto la definizione di Frontiere mistiche e li identifica come una delle principali tendenze del 2026: territori tra fiaba e sogno, rovine immerse nella nebbia, spazi che sembrano esistere in un viaggio fuori dal tempo, al cui ritorno le domande saranno maggiori delle risposte. Non si tratta di una semplice moda visiva o turistica. È un segnale culturale. Il punto non è la destinazione, ma la qualità dell’esperienza che questi luoghi evocano.

Dalla letteratura al cinema: la natura come linguaggio

In questo scenario, riemerge un riferimento inevitabile. Non tanto per la sua trama — spesso semplificata come storia d’amore, non senza equivoci — quanto per la qualità dell’esperienza che costruisce: un intreccio tra paesaggio, corpo e tensione emotiva. Non è un caso che Cime tempestose torni oggi al centro dell’attenzione, anche attraverso il recente adattamento cinematografico di Emerald Fennell, accompagnato da un dibattito acceso ancora prima dell’uscita. Se per quasi due secoli abbiamo incastrato Brontë nel cliché della fantasia romantica per lettori sognanti, la visione di Fennell lo trasforma oggi in una sorta di sogno eretico e rassicurante ad uso e consumo della nostra epoca.

Nel romanzo di Emily Brontë, la natura non è osservata con precisione naturalistica, non descrive: esprime. Il vento, le tempeste, le distese aperte diventano mezzi attraverso cui prende forma ciò che non può essere detto direttamente. È qui che si costruisce una prima frattura rispetto a molte narrazioni dei nostri tempi. L’esperienza estetica non è tanto centrata sul visibile o sull’azione, quanto sulla tensione che la precede — il non detto, la distanza. Il desiderio non coincide più con il gesto, ma con l’immaginazione.  Virginia Woolf, nel suo saggio The Common Reader, lo definisce con precisione: il talento di Brontë non sta nel raccontare i fatti, ma nel liberare la vita dalla loro dipendenza, suggerendo lo spirito attraverso pochi tratti. La tempesta non è un evento: è uno stato. Rileggerlo, oggi, significa spostare l’interpretazione: la natura non è sfondo, ma struttura emotiva. Le emozioni dei personaggi non solo si svolgono nella brughiera, ma ne assumono la forma.

WUTHERING HEIGHTS, Margot Robbie, 2026. © Warner Bros. /Courtesy Everett Collection ©Warner Bros/Courtesy Everett Collection

«Emily Brontë sapeva liberare la vita dalla sua dipendenza dai fatti; con pochi tocchi indicare lo spirito di un viso che non aveva piú bisogno di un corpo; parlando della brughiera far parlare il vento e ruggire il tuono».
Virginia Woolf 

A rendere questo immaginario ancora più riconoscibile è stato anche il successo di Outlander, serie ambientata proprio nelle Highlands scozzesi, basata sull’omonima saga di romanzi bestseller scritta da Diana Gabaldon. La storia segue Claire, un’infermiera del Novecento che, attraversando un cerchio di pietre, si ritrova catapultata nel XVIII secolo. Ma al di là della trama, ciò che conta è il modo in cui il paesaggio viene costruito: non come sfondo, ma come condizione.

Le Highlands non sono semplicemente un luogo in cui accadono gli eventi. Sono ciò che li rende possibili. Terra di confine, attraversata da vento, memoria e instabilità, in cui identità e tempo non sono mai del tutto fissi. Claire non è mai completamente “a casa”. È sempre in transito, in uno stato liminale. E in questo spazio si muove anche la sua competenza: una forma di conoscenza che tiene insieme medicina, intuizione, esperienza corporea. Una figura di soglia.

© Starz - dalla serie Outlander (2014-2026)

Liminalità e bisogno di sospensione

In antropologia, la liminalità indica una condizione di passaggio: uno stato intermedio in cui le coordinate abituali si allentano. Non si è più ciò che si era, ma non si è ancora diventati qualcos’altro. Le Highlands, così come le brughiere di Cime tempestose, funzionano esattamente in questo modo. Non sono semplici luoghi, ma dispositivi percettivi. Spazi in cui viene meno l’organizzazione ordinaria dell’esperienza: non c’è struttura, non c’è orientamento, non c’è protezione. Rimane il corpo, esposto agli elementi, costretto a ridefinire il proprio rapporto con l’ambiente. In un presente segnato da iperconnessione e sovraesposizione visiva, emerge un bisogno complementare: quello di contesti che non si lasciano completamente interpretare, che non offrono risposte immediate, ma mantengono un margine di opacità.

La pelle come territorio liminale

WUTHERING HEIGHTS, Margot Robbie, 2026. © Warner Bros. /Courtesy Everett Collection ©Warner Bros/Courtesy Everett Collection

Questo spostamento ha implicazioni dirette anche per l’estetica professionale. Se la bellezza tradizionale ha inseguito l’ordine e la simmetria, l’estetica delle Frontiere mistiche introduce un paradigma diverso: il corpo come spazio di attraversamento. La pelle smette di essere una superficie da uniformare per diventare una membrana attiva che assorbe luce, temperatura, contatto.

Un esempio visivo interessante arriva proprio dal recente adattamento di Cime tempestose: la pelle di Cathy viene trasformata in una carta da parati. Un’immagine ambigua (e inquietante), che da un lato estetizza il corpo, dall’altro lo oggettifica, lo rende pattern.

Ed è qui che si apre una riflessione importante per il settore: cosa significa davvero “trattare” la pelle oggi? Renderla uniforme, liscia, invisibile? O riconoscerla come spazio di iscrizione, come luogo in cui si depositano tempo, esperienza, esposizione? In questo senso, il trattamento estetico può essere riletto come un rituale di confine: una soglia sensoriale in cui il corpo sospende il rumore esterno e riorganizza la propria percezione. Non solo tecnica, ma costruzione di presenza.

La calma nella catastrofe: la lezione del Sublime

Ivan Ajvazovskij, Battle of Sinop, 1853 - Courtesy Wikimedia Commons
William Turner, Snow Storm: Steam-Boat off a Harbour's Mouth, 1842 - Courtesy Wikimedia Commons

Esiste una strana, paradossale quiete nel guardare un naufragio dipinto da William Turner o la furia incendiaria di Ivan Ajvazovskij. È l’esperienza del Sublime: il confronto con qualcosa di infinitamente più grande, instabile e fuori controllo. Proiettare il caos all’esterno — in un quadro o in una brughiera sferzata dal vento — permette di contenere il tumulto interno. La natura “tempestosa” non è uno sfondo, ma una struttura emotiva. 

L’estetica dei paesaggi liminali lavora su questo: non promette una bellezza armoniosa e rassicurante, ma una bellezza che nasce dal confronto con l’immensità. Questo ridimensionamento della misura umana produce una forma di calma profonda, quasi archetipica, simile alla sensazione di smarrimento che si prova guardando Cime Tempestose al cinema, dove la forza dell’ambiente sovrasta ogni azione umana. Non cerchiamo più solo “relax” ma una qualità della presenza che ci faccia sentire nuovamente radicati, anche attraverso l’incertezza del paesaggio.

Rappresentare l’invisibile: il caso delle copertine

Un esempio quasi perfetto di questa tensione tra visibile e invisibile si trova nelle copertine editoriali di Cime tempestose. Le edizioni più iconiche evitano i volti, evitano la scena, evitano il gesto. Mostrano paesaggi: cieli in tempesta, figure isolate, distese aperte. Non raccontano la storia — la fanno intuire.

Poi arriva la nuova copertina legata al film. Drammaticamente belli, Margot Robbie e Jacob Elordi, vicinissimi e sul punto di baciarsi. Una scelta chiaramente più immediata, più narrativa, più “vendibile”. E infatti discussa. Da un lato funziona perfettamente come operazione di marketing. Dall’altro rompe qualcosa: sostituisce la natura con il corpo, l’atmosfera con la relazione.

Il risultato è interessante proprio per questo. Non perché sia giusto o sbagliato, ma perché rende visibile una tensione attuale anche nel settore estetico: mostrare tutto o lasciare spazio? rendere esplicito o evocare? A volte, ciò che non si vede lavora molto di più.

Siamo in fuga?

Rileggere oggi questi classici, guardare queste tempeste e camminare idealmente su queste scogliere significa capire che il corpo ha le sue stagioni, i suoi temporali e le sue rovine. L’”estetica delle Highlands” ci invita a un atto di consapevolezza: smettere di correggere ogni segno come se fosse un errore topografico. Trattare una ruga o una cicatrice come un sentiero tracciato dal vento.

Al ritorno da queste frontiere mistiche, le domande sono sempre maggiori delle risposte. Ed è proprio in quel silenzio, in quella soglia fuori campo, che l’estetica torna a essere ciò che è sempre stata: cultura, identità e visione del presente. Un invito a smettere di essere soltanto osservatori distanti, per diventare custodi di quel territorio sacro dove il confine tra pelle e natura si fa sottile, e dove ogni trattamento diventa l’ascolto di un paesaggio interiore che chiede solo di essere finalmente guardato.

MABELLA Off – L’estetica fuori campo

Lo spazio culturale di Mabella dedicato a ciò che esiste ma non è al centro dell’inquadratura. Uno sguardo laterale che indaga il lato simbolico, sociale e identitario della bellezza, considerandola non solo pratica professionale, ma linguaggio del nostro tempo. Qui il trattamento diventa cultura, il corpo diventa testo e l’estetica si trasforma in chiave di lettura del presente, attraverso connessioni inattese con arte, storia, antropologia e immaginario collettivo. Non tecnica, ma visione. Non solo professione, ma contesto. Uno spazio fuori campo, dove estetica e società dialogano per comprendere il tempo in cui viviamo.

MABELLA Off è curato da Sofia Staropoli.

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