Sapere femminile, antropologia del tocco e ritualità contemporanea
“Non siamo mica nel Medioevo.”
È una delle espressioni più comuni per indicare arretratezza, superstizione, mancanza di progresso. Eppure il Medioevo, osservato con maggiore attenzione, restituisce un’immagine molto più complessa, soprattutto se si guarda alla presenza femminile. Nel suo Di regine, di sante e di streghe, Susanna Berti Franceschi propone una rilettura di quel periodo attraverso venticinque figure di donne che, in forme diverse, esercitarono potere: politico, spirituale, intellettuale o pratico. Tra queste, anche le cosiddette streghe.
Come la citata medichessa Crezia Mariani che curava con i suoi unguenti e le sue pozioni alla luce del giorno perché non aveva nulla da nascondere e che, interrogata, rispose di saper guarire, ma non tutto. È forse una delle dichiarazioni più moderne del Medioevo.
Non solo roghi, dunque. Non solo persecuzione. Ma anche competenza, influenza, sapere sul corpo e sulla natura. Le streghe erano spesso contadine che conoscevano l’arte medica popolare, le proprietà delle erbe, i cicli stagionali, i rimedi tramandati oralmente. Non operavano nel vuoto simbolico: erano inserite in comunità che si affidavano a loro per questioni concrete — dolori, malattie, parti, protezioni.
Riconoscere questo significa compiere uno spostamento importante: dalla strega come figura magica alla strega come figura funzionale. Una donna che osserva, interpreta e interviene sul corpo. È in questo slittamento che il parallelo con l’estetista contemporanea acquista senso.
Il sapere sul corpo come forma di potere
In molte culture tradizionali esiste una figura femminile che si occupa della pelle e del corpo: prepara unguenti, applica impacchi, massaggia, ascolta. Il corpo, prima di essere un oggetto medico, è stato un territorio relazionale. L’antropologia insegna che le pratiche di cura non sono mai solo tecniche; sono anche sistemi simbolici attraverso cui una comunità costruisce significato intorno al dolore, alla trasformazione, alla crescita.
La strega medievale, così come emerge da studi storici più attenti, non era soltanto una “deviante”. Era spesso una donna che possedeva un sapere non istituzionalizzato. Ed è proprio questo a renderla ambivalente: utile e temuta. Il sapere sul corpo è sempre stato una forma di potere.
In Storia notturna, Carlo Ginzburg mostra come molte credenze legate al sabba e alla stregoneria affondino le radici in tradizioni popolari arcaiche, collegate ai cicli agrari e alla notte come spazio liminale. Ricostruisce le immagini che affiorano nei processi: voli notturni, assemblee segrete, corpi che attraversano campi e foreste per partecipare al sabba. Dietro quelle confessioni — spesso estorte — non emerge solo superstizione, ma un intreccio complesso tra credenze popolari e ossessioni giudiziarie. Anche qui, più che un fenomeno irrazionale, prende forma un sistema culturale stratificato, in cui il corpo e la natura sono centrali. Se si guarda con questa lente, la strega non è solo un personaggio folcloristico, ma una figura di confine: tra scienza e tradizione, tra visibile e invisibile, tra tecnica e simbolo.
L’estetista contemporanea opera in uno scenario completamente diverso, regolato, scientifico, imprenditoriale. Eppure lavora nello stesso territorio simbolico: la pelle come luogo di lettura e trasformazione.
La pelle come confine culturale
La pelle è il nostro organo più esteso, ma anche il più esposto. È ciò che mostriamo e ciò che protegge. In antropologia, il corpo non è mai solo un dato biologico: è un testo culturale che racconta appartenenza, identità, ruolo sociale, trasformazioni. Intervenire sulla pelle significa intervenire su una dimensione che è insieme fisica e simbolica.
L’estetista non si limita a eseguire un trattamento. Osserva, interpreta, consiglia, costruisce una relazione di fiducia. Lavora su un confine delicato: quello tra percezione di sé e immagine restituita al mondo. È un lavoro che implica competenza tecnica, ma anche capacità di lettura e ascolto.
Il tocco, in questo contesto, assume una centralità che non è solo manuale. Dal punto di vista neurofisiologico, il contatto lento e intenzionale attiva specifiche fibre nervose non mielinizzate — le cosiddette C-tattili — coinvolte nella regolazione emotiva e nella percezione del contatto come sicuro. Questo tipo di stimolazione favorisce il rilascio di ossitocina e contribuisce alla riduzione dei livelli di cortisolo, incidendo sul sistema nervoso autonomo. La regolazione passa anche attraverso la pelle. Ciò che in epoche passate poteva essere interpretato come “effetto magico” del contatto trova oggi una spiegazione scientifica precisa. Non si tratta di eliminare il mistero, ma di tradurlo in un linguaggio diverso. La pelle non è solo superficie: è interfaccia relazionale tra biologia ed esperienza.
In antropologia, il rituale è definito come uno spazio-tempo separato dal quotidiano, in cui si produce una trasformazione riconosciuta. Anche il trattamento estetico, pur in forma laica e professionale, condivide questa struttura: ingresso, processo, uscita, cambiamento. La strega applicava un unguento e pronunciava parole rassicuranti; l’estetista applica un protocollo validato, conosce gli attivi, valuta le condizioni cutanee. Cambiano strumenti e cornici culturali, ma resta costante un elemento: il corpo come centro e la relazione come dispositivo di trasformazione.
Natura e ritualità: perché l’estetica della strega torna oggi
Negli ultimi anni, l’immaginario della strega è tornato con forza, soprattutto nelle sue declinazioni più estetiche: witchcore, green aesthetic, ritualità domestiche, erbe essiccate, candele, oggetti naturali. Non è soltanto una tendenza visiva. È un segnale culturale.
In un’epoca dominata dalla velocità, dall’iperstimolazione e dalla performance, cresce il bisogno di ciclicità, lentezza, radicamento. L’estetica della strega propone un modello alternativo: vivere in connessione con le stagioni, osservare i ritmi del corpo, riconoscere il valore dei gesti ripetuti e consapevoli.
Fuoco, acqua, terra, aria: non come elementi esoterici, ma come categorie simboliche universali. Il fuoco come energia e trasformazione; l’acqua come purificazione e fluidità; la terra come materia e crescita; l’aria come respiro e pensiero. Queste categorie, che attraversano molte culture, non sono estranee alla pratica estetica. Ogni trattamento lavora con materie, temperature, consistenze, profumi. Ogni protocollo crea un micro-spazio separato dal quotidiano. In antropologia, il rituale è proprio questo: un tempo e un luogo distinti, in cui si produce una trasformazione riconosciuta. Il centro estetico può essere letto in questa chiave. Non come luogo magico, ma come spazio ritualizzato contemporaneo. Si entra con un’intenzione, si attraversa un processo, si esce con un cambiamento — visibile o percettivo.
La strega, nella sua versione archetipica, rappresenta la donna capace di trasformare. L’estetista, nella sua versione professionale, rende questa trasformazione concreta, misurabile, strutturata.
Green witch e cosmetologia moderna
La figura della green witch — la donna che conosce le piante e le utilizza per curare — rappresenta uno degli archetipi più persistenti della stregoneria. Il suo sapere era radicato nell’osservazione empirica, nella trasmissione orale, nell’esperienza diretta con la materia naturale.
Oggi quel sapere ha cambiato statuto epistemologico. La cosmetologia botanica non si fonda più su tradizioni tramandate, ma su studi clinici, analisi fitochimiche, standardizzazioni dei principi attivi, valutazioni di efficacia e sicurezza. Si parla di fitocomplessi, biodisponibilità, interazioni cutanee documentate.
La differenza non è nella materia — piante, argille, oli vegetali restano protagonisti — ma nel metodo. Ciò che un tempo era conoscenza pratica non istituzionalizzata, oggi è sapere sistematizzato e verificato. Questo passaggio è cruciale: non è la natura a essere cambiata, ma il quadro di legittimazione culturale.

🌿 Beauty in Pillole - Il grimorio dell’estetista contemporanea 🌿
Rubrica mensile della rivista Mabella, a cura di Davide Antichi (Estetista, Cosmetologo, Founder Beautycians SpA) e Laura Menegoni (Farmacista, Master in Comunicazione del Prodotto Cosmetico, Azionista Beautycians SpA). Ogni “pillola” è una mappa che collega scienza, tradizione, sostenibilità e applicazione pratica, offrendo strumenti concreti per leggere un INCI con maggiore consapevolezza e scegliere con competenza. L’intero archivio è disponibile nell’area riservata agli abbonati.
Dal mito al metodo
La domanda iniziale — le estetiste sono le nuove streghe? — non richiede una risposta letterale. Non si tratta di sovrapporre due figure diverse, né di romanticizzare il passato. Si tratta di riconoscere una continuità simbolica: la cura del corpo come spazio di potere femminile.
Se la figura della strega, nel Medioevo, rappresentava una donna che deteneva un sapere non pienamente controllabile, oggi la professionista dell’estetica rappresenta l’evoluzione di quel sapere in forma consapevole e riconosciuta. Non più marginale, non più sospetta, ma strutturata, formata, aggiornata. Il passaggio storico è significativo: ciò che un tempo poteva essere temuto come potere oscuro è oggi valorizzato come competenza tecnica. Il sapere sul corpo non è più tramandato in modo informale, ma studiato, certificato, approfondito. Eppure il nucleo resta lo stesso: la capacità di leggere la pelle, interpretare segnali, accompagnare trasformazioni.
Forse il punto non è chiedersi se le estetiste siano le nuove streghe. Il punto è riconoscere che la cura del corpo è sempre stata una forma di potere culturale. Un potere che attraversa i secoli e cambia linguaggio, ma non perde centralità. Oggi quel potere si chiama formazione, aggiornamento, visione imprenditoriale. Si esercita in istituto, tra protocolli e consulenze personalizzate. Non ha nulla di esoterico, ma conserva una dimensione relazionale profonda: il tocco come atto di fiducia, la pelle come spazio di ascolto, la trasformazione come processo guidato.
Se la strega medievale abitava un confine tra natura e comunità, l’estetista contemporanea abita un confine altrettanto delicato: quello tra immagine e identità, tra superficie e percezione di sé. È in questo spazio che si gioca la vera trasformazione. Non è magia. È cultura del corpo. Ed è una cultura che, oggi più che mai, chiede competenza, consapevolezza e responsabilità.
MABELLA Off – l’estetica fuori campo
Lo spazio culturale che indaga il lato simbolico, sociale e identitario della bellezza. Un osservatorio che considera l’estetica come linguaggio e pratica contemporanea, esplorandone le connessioni inattese con arte, storia, antropologia e immaginario collettivo. Qui il trattamento diventa cultura, il corpo diventa testo e la bellezza si trasforma in chiave di lettura del presente. Non tecnica, ma visione. Non solo professione, ma contesto. Uno spazio laterale, fuori campo, dove estetica e società dialogano per comprendere il tempo in cui viviamo.
MABELLA Off è curato da Sofia Staropoli.


