Un viaggio in una Calabria inaspettata, tra le donne che l’hanno scritta: streghe, custodi, radici che non sono più una condanna, una libertà che si conquista una scelta alla volta. È il racconto di un incontro e di un libro che restituisce a questa terra l’eredità delle sue donne.
C’è un bosco, in Sila, dove i larici sono altissimi e a terra fioriscono piccole monete viola. Le chiamano soldanelle. Nel libro di Maria Cristina Romano sono ninfe trasformate in fiori: aggiustano i pensieri, curano le paure, sbarrano i sentieri a chi vorrebbe entrare nel loro mondo incontaminato. Chi le incontra non deve raccoglierle, solo stare attento a non calpestarle. Di notte, racconta l’autrice, le montagne mandano eserciti di soldanelle a diventare sogni, a spazzare via le convinzioni imposte alle bambine attorno al braciere, a spingere negli occhi delle ragazze addormentate le immagini dei desideri accantonati.
Se una fanciulla, svegliandosi al mattino, sapeva di poter viaggiare, studiare, fare l’astronauta, dipingere sui muri, manifestare per la pace o scrivere una canzone… la Soldanella aveva portato a termine la sua missione.
Non le conoscevo, le soldanelle calabresi. Esistono davvero, in Sila, tra i larici della selva Brutia. E mi sembra il modo più giusto per iniziare a raccontarvi Kalea, il libro che ha chiuso la mia estate in Calabria. Una Calabria che non è cartolina, ma carne viva – la mia, quella delle mie radici.
Maria Cristina è nata a Catanzaro, e da sua madre, la Calabria, sembra aver ereditato più di un tratto. Ha gli occhi scuri e profondi: la stessa capacità di custodire il dolore senza distogliere lo sguardo. Ha i capelli candidi, come le spiagge che si confondono con la profondità del mare: la stessa terra che tiene insieme gli opposti, in quella danza antica tra Eros e Thanatos che le scorre nella scrittura.
Io l’ho conosciuta in un tardo pomeriggio di fine agosto, improvvisando l’intervista tra gli ultimi bagni che scandivano le mie giornate. Faccio ancora fatica a raccontarla senza un po’ di tenerezza nel cuore. Ha una voce dolcissima e sceglie le parole con cura, perché sa che hanno un grande potere. È una di quelle persone per cui ringrazi il caso di avertele messe davanti, come se quell’incontro dovesse succedere comunque, destinato a smuoverti dentro.
Amare le parole significa trovare quelle giuste, tra milioni
La scrittrice che vi ho appena presentato viene dal liceo classico e le etimologie non le lascia mai andare via facilmente. Cercando un nome per il suo libro è partita da Calabria, dal greco Kalon Brion, che significa “faccio sorgere il bene”. Poi, seguendo quell’iniziale, è arrivata a Kalea: nome femminile di origine hawaiana, che significa “gioia”.
«Finiamola con gli stereotipi della disperazione: la donna calabrese è gioia, è forza» – e io concordo con lei. Un nome trovato quasi per caso, che a conti fatti aspettava solo di essere conosciuto. Lo scrive anche Maria Laura Longo nella prefazione, raccontando come a Cristina sia bastato sentire il suono di quella parola, prima ancora di conoscerne il significato, per capire che era quello giusto.
Un libro sulle donne, scritto con le donne
Kalea nasce da un cassetto rimasto chiuso per anni: pagine scritte e conservate nel tempo, ispirate alle donne reali incontrate da Maria Cristina nel suo lavoro con bambini e ragazzi, madri, nonne, zie, sorelle. «Vivendo in un paese piccolo» – mi racconta – «ti rendi conto veramente di quanto vale questa catena femminile». Ogni pagina del libro è almeno una donna davvero esistita.
Ma quel cassetto non si è aperto da solo. Ad accompagnare il testo, pagina per pagina, ci sono le fotografie che ritraggono Anna Claudia Celi, figlia di Maria Cristina, che interpreta ogni storia con un linguaggio visivo poetico, lasciando che il suo corpo dialoghi liberamente con le parole scritte. Dietro l’obiettivo, la fotografa Luce Catanzariti. A curare volti ed emozioni, la truccatrice Martina Canonico e la parrucchiera Michela Gangale. Aprono il libro due persone importanti per Maria Cristina, che l’accompagnano da quando erano bambine e frequentavano la sua ludoteca: Maria Laura Longo, autrice della prefazione, e Teresa Pologruto, che firma l’introduzione.
Insieme a Maria Cristina, abbiamo trovato un binomio per descrivere un tempo sospeso, che è quello della scrittura: la realizzazione di Kalea è stata una “gravidanza”, un “parto collettivo”. Si sente, sfogliando queste pagine, che è nato così, sotto gli occhi di tutte.
Lo scrive con parole bellissime anche Teresa Pologruto, nella sua introduzione:
Partire per questo viaggio significa sollevare l’orlo di gonne cucite a mano. Tra le pieghe dei tessuti pesanti, hanno nascosto segreti e riti di appartenenza sigillati con il filo nero, disegnando identità tramandate.
[…]
Alla fine, siamo tutti figli di una Madre che, pur stanca di troppo amore, non smette mai di rinascere.
La cura, simbolicamente parlando
A un certo punto della nostra chiacchierata sono tornata, come faccio spesso, sul nostro tema: Mabella dice da sempre che le estetiste di oggi sono le nuove streghe, custodi di un sapere sul corpo femminile tramandato da prima della medicina ufficiale. Sfogliando Kalea, con le fotografie di Claudia che restituiscono il corpo come testo politico prima ancora che come immagine, quella definizione mi è risuonata ancora più forte e priva di contraddizioni.
Maria Cristina ha risposto parlando di rispetto e di cultura: «c’è una cultura enorme che ci viene tramandata dall’antichità, cose che adesso non si possono più ignorare. Il benessere viene anche da lì. Stare bene significa avere la cultura del bello, della cura. Tutto parte da questo, ed è proprio quello che ho voluto trasmettere con Kalea».
‘Cura’ è la parola che non compare mai come titolo di un capitolo, eppure attraversa tutti gli altri. È il filo sotto il filo, quello che tiene insieme l’intero libro.
‘Cura’, portata fino in fondo, significa anche reggere-contenere-sostenere il dolore, l’angoscia, la morte senza esserne distrutto. Sto parlando del capitolo forse più duro di Kalea: Pietà, come l’icona di una madre che tiene in braccio il corpo di chi ha perso, cullandolo. È la stessa danza che ritorna, tra Eros e Thanatos, portata al suo punto più estremo: la cura che non si ritira nemmeno davanti a ciò che non si può più salvare. Qui, Maria Cristina, racconta senza sconti le tragedie del mare, le migrazioni. Ci “canta” degli uomini arrivati con la speranza in mano e traditi e pescati da morti su spiagge che noi abbiamo riempito di fiori come lapidi ma, non gli abbiamo chiesto perdono. Come in una preghiera: Io ho trovato lacrime di ceralacca su quei lidi ed ho sigillato ricordi terribili. Li manderò a Dio.
Leggere Pietà mi ha ricordato un’altra parola: integrazione. In psicoanalisi è anche la capacità di tenere insieme il bello e il brutto senza spezzarli in due metà separate. Il suo contrario è la scissione, la difesa più antica, quella che ci protegge separando ciò che rassicura da ciò che minaccia. La ‘cura’, in Kalea, sembra essere proprio questo: il gesto che rifiuta di scindere. Le stesse mani che accarezzano il bello, un volto, un rito di bellezza, sono quelle che reggono il brutto, il corpo esposto, la morte, senza fuggire dall’uno rifugiandosi nell’altro.
Consapevolezza, o della libertà
Il mio imprinting con Kalea è stata Consapevolezza, la pagina che apre il libro e che Maria Cristina ha scelto di leggere il giorno della presentazione, a Montepaone, dove ci siamo conosciute:
Nate senza appartenerci, è ora di imparare a farlo.
Schiviamo luoghi comuni come pietre ed alleviamo figlie “al contrario”, perché sappiano dire di “no”.
È così che possiamo rinascere, appartenerci e scegliere liberamente.
LIBERA.
MENTE.
Quell’ultima parola spezzata in due, Libera-Mente, è forse il contenuto più piccolo del libro e insieme quello che contiene di più. Le ho chiesto cosa significhi per lei, oggi, la libertà e non ha esitato un attimo: «avere la possibilità di scegliere, anche di andare contro. Anche sbagliando». Una possibilità che le donne della sua generazione non avevano sempre: c’era il pregiudizio, la famiglia, un padre, la società a scegliere al posto loro. «Io combatto perché mia figlia scelga da sola: dalla scuola a un viaggio, una persona da frequentare, l’amore. Cosa che noi non potevamo tanto».
E quella libertà, in fondo, Maria Cristina se l’è presa per prima, come ci svela la sua dedica:
alla me di ieri che sognava
ed alla me di oggi che ancora osa.
Siamo tutte Kalea
Le ho chiesto, per finire, cosa vorrebbe restasse a chi chiude l’ultima pagina, e Maria Cristina mi ha risposto così: «l’idea di combattere per la propria libertà, in qualsiasi misura. Qualsiasi scelta, se ci fa stare bene, la dobbiamo fare. Con semplicità, senza nemmeno fare troppe rivoluzioni. Perché, alla fine, la rivoluzione viene così: dalle azioni quotidiane» – ci siamo dette sottovoce.
Non è un caso che l’ultimo capitolo di Kalea si intitoli proprio Rivoluzione: lo stesso cerchio che si apre con Consapevolezza si chiude qui, con la stessa promessa mantenuta. Una rivoluzione che non ha bisogno di eserciti, solo di scelte piccole o grandi che siano, ripetute ogni giorno.
Il libro ci saluta con una frase sola e anche questo articolo non può che finire così: “Siamo tutte Kalea“. Coraggiose, forti e fragili allo stesso tempo, vere, unite, finalmente libere di scegliere chi essere. Anche grazie a voci come quella di Maria Cristina, destinata a restare dentro chi la incontra.
Kalea, di Maria Cristina Romano, edito da La Mongolfiera, sarà in libreria dal 15 settembre. Fatevi questo regalo.


