È una delle convinzioni più diffuse nel nostro settore quando si introduce l’argomento del silenzio. E come accade spesso alle convinzioni molto diffuse, contiene una parte di verità e una parte di semplificazione.
Estratto dall’articolo di Manuela Ravasio – The Beauty Business Expert – Ideatrice e Trainer Metodo Integro
Quando parliamo di silenzio non stiamo necessariamente parlando dell’assenza di parole.
Stiamo parlando della loro qualità, della loro coerenza e della funzione che svolgono all’interno del trattamento. Una parola può distrarre, può riportare la persona alle incombenze della giornata, alle preoccupazioni o ai problemi che aveva lasciato fuori dalla cabina. Ma una parola può anche fare l’esatto contrario. Può accompagnare l’attenzione verso una sensazione, aiutare a riconoscere una tensione, favorire una maggiore consapevolezza di ciò che sta accadendo nel corpo o nella mente. La differenza non sta quindi nel parlare o nel non parlare. Sta nell’intenzione e nella direzione che le parole prendono.
Non si accompagna qualcuno dove non si è mai stati.
Se il silenzio può diventare uno spazio di ascolto per la persona che riceve il trattamento, esiste una domanda altrettanto importante per chi quel trattamento lo eroga.
Quanto siamo capaci di abitare noi stessi quello spazio? Perché è necessario anche per il professionista imparare a disconnettersi per potersi connettere più profondamente? La risposta riguarda innanzitutto la qualità dell’esperienza che siamo in grado di offrire. Per accompagnare una persona verso una maggiore connessione con se stessa non basta conoscere la teoria. Occorre viverla. Non significa vivere costantemente in equilibrio o non avere pensieri, preoccupazioni e responsabilità. Significa riconoscerli senza permettere che occupino completamente lo spazio della relazione e dell’osservazione.
È importante partire dalla verifica del nostro livello di attenzione. Cosa interrompe più facilmente la nostra presenza? Qual è il pensiero che entra più spesso in cabina? Cosa richiama continuamente la nostra attenzione? Quale aspetto della nostra attività genera più facilmente fretta, dispersione o frustrazione? L’organizzazione, la gestione del tempo, la vendita o la qualità delle relazioni interne: quale di questi aspetti continua a occupare spazio mentale anche quando siamo in cabina? Individuare il proprio punto debole non significa giudicarsi. Significa costruire le condizioni per lavorare meglio.


